CSRD: cos'è, quali aziende sono obbligate e quali dati servono

Negli ultimi anni, la crescente attenzione ai temi della sostenibilità ha spinto le aziende a rivedere il proprio impatto ambientale, sociale e di governance (ESG). Una delle iniziative più importanti in questo ambito è la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), una direttiva dell’Unione Europea che rivoluziona il modo in cui le imprese comunicano le loro performance di sostenibilità. Entrata in vigore il 5 gennaio 2023, la CSRD sostituisce la Non-Financial Reporting Directive (NFRD) del 2014, introducendo nuovi requisiti per migliorare la trasparenza e la qualità della rendicontazione ESG. Il 30 agosto 2024, il Consiglio dei Ministri ha approvato in via definitiva il Decreto Legislativo di recepimento della Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) (Direttiva 2022/2464/UE).

La CSRD è parte di una più ampia strategia dell’Unione Europea volta a raggiungere gli obiettivi del Green Deal europeo, che mira a rendere l’Europa il primo continente a impatto climatico zero entro il 2050. L’obiettivo della direttiva è garantire che le aziende non si limitino a pubblicare dati generici, ma offrano informazioni accurate e comparabili sulle loro prestazioni ambientali e sociali. Questo non solo per soddisfare la crescente richiesta di trasparenza da parte degli investitori, ma anche per incentivare pratiche aziendali più sostenibili e responsabili.

 

Le origini della CSRD e le sue differenze rispetto alla NFRD

La NFRD del 2014 richiedeva alle imprese con oltre 500 dipendenti e classificate come enti di interesse pubblico di rendicontare aspetti non finanziari, come ambiente, diritti umani e anticorruzione. Tuttavia, la direttiva presentava alcune limitazioni: solo circa 11.600 imprese erano obbligate a redigere tali report, e le informazioni spesso risultavano poco dettagliate e difficili da confrontare. Con l’introduzione della CSRD, l’Unione Europea ha voluto superare questi limiti, estendendo l’obbligo di rendicontazione a un numero molto più ampio di imprese e migliorando la qualità e la comparabilità delle informazioni​.

 

Un ampliamento dell’ambito di applicazione

Una delle principali novità introdotte dalla CSRD è l’ampliamento del perimetro delle imprese soggette all’obbligo di rendicontazione. Oltre alle grandi aziende, la direttiva coinvolgerà progressivamente anche le PMI quotate sui mercati regolamentati, gli enti creditizi di piccole dimensioni, e alcune filiali di grandi gruppi non europei. Questo significa che il numero di imprese interessate dalla rendicontazione ESG passerà da 11.600 a oltre 49.000 a livello europeo, di cui circa 7.000 solo in Italia​.

L’adozione della CSRD prevede un processo graduale: le grandi imprese saranno le prime a essere coinvolte a partire dal 2024, seguite dalle PMI quotate e dalle imprese non quotate che superano determinate soglie dimensionali dal 2026. Questa espansione mira a garantire che anche le piccole imprese, spesso trascurate, adottino pratiche sostenibili e trasparenti.

La doppia materialità

Uno degli aspetti chiave della CSRD è l’introduzione del principio della doppia materialità. Questo principio richiede alle imprese di considerare sia l’impatto delle proprie attività sui fattori ESG (materialità d’impatto), sia come tali fattori influenzano la performance finanziaria dell’azienda (materialità finanziaria). Questo rappresenta un importante cambiamento di paradigma rispetto alla NFRD, che si concentrava prevalentemente sugli impatti esterni​.

Grazie a questo nuovo approccio, le aziende devono fornire informazioni sia qualitative che quantitative, coprendo sia il passato che il futuro, e includendo dati sull’intera catena di fornitura. Questo obbliga le organizzazioni a una rendicontazione più dettagliata e trasparente, che permetta agli stakeholder di avere una visione completa del loro impatto e delle sfide che devono affrontare.

 

Introduzione di standard comuni europei

Per garantire la comparabilità delle informazioni tra le imprese, la CSRD introduce l’obbligo di rendicontare secondo gli European Sustainability Reporting Standards (ESRS), sviluppati dall’European Financial Reporting Advisory Group (EFRAG). Questi standard definiscono un quadro comune per la rendicontazione di sostenibilità e obbligano le aziende a pubblicare i loro report in formato elettronico unico europeo (ESEF), facilitando l’accesso e l’analisi dei dati da parte degli investitori e delle autorità di regolamentazione.

 

Assurance esterna e la figura del revisore di sostenibilità

Un’altra importante novità introdotta dalla CSRD è l’obbligo per le imprese di sottoporre i loro report a una verifica esterna (assurance). Questo passaggio garantirà che le informazioni fornite siano accurate e conformi agli standard ESRS. Per adempiere a questo compito, è stata introdotta la figura del revisore di sostenibilità, una nuova figura professionale che avrà il compito di verificare la conformità delle rendicontazioni ESG​.

Il revisore di sostenibilità potrà coincidere con il revisore legale, ma dovrà comunque seguire un percorso formativo specifico. Questo nuovo obbligo contribuirà a rafforzare la fiducia nelle informazioni pubblicate dalle aziende e a promuovere una maggiore integrità nei dati di sostenibilità.

 

Coinvolgimento e sanzioni

Il decreto legislativo di recepimento della CSRD in Italia dà grande importanza al coinvolgimento dei rappresentanti dei lavoratori nei processi di rendicontazione ESG. Le aziende dovranno prevedere modalità per informare e consultare i rappresentanti dei lavoratori sulle questioni legate alla sostenibilità, rendendo il processo più partecipativo e inclusivo​.

Infine, sono previste sanzioni pecuniarie per le imprese che non rispetteranno gli obblighi di rendicontazione. La Consob sarà l’autorità incaricata di vigilare sul rispetto delle norme e applicare le sanzioni, che nei primi due anni dall’entrata in vigore della legge non potranno superare i 125.000 euro per le società di revisione e i 50.000 euro per i revisori di sostenibilità.

 

Conclusioni

Il recepimento della CSRD rappresenta una svolta importante per le imprese italiane che dovranno adattarsi a un nuovo quadro normativo più rigoroso. Oltre agli obblighi di rendicontazione estesi a un numero maggiore di imprese, la direttiva introduce standard comuni, una verifica esterna e un approccio olistico alla sostenibilità. Sebbene possa sembrare una sfida, questo cambiamento offre alle aziende l’opportunità di dimostrare il loro impegno verso un futuro più sostenibile e di migliorare la loro reputazione agli occhi degli investitori e dei clienti.